venerdì 29 aprile 2011

Il vilipendio della lingua italiana

Pubblicato in data 29 aprile 2011 nel blog: http://giorgiosaba.blog.tiscali.it/



E’ ormai da tempo che assistiamo allo sfacelo della scuola italiana, dell’università e della cultura in generale. Ogni livello scolastico ha subìto un processo di semplificazione degli insegnamenti ed un impoverimento della qualità, con poche eccezioni riservate ad alcune istituzioni scolastiche che ancora “resistono”.
In mezzo a tale confusione, circondati da sedicenti esperti di ogni genere, col moltiplicarsi di individui di millantata cultura, anche la conoscenza e la competenza è ormai “autocertificata”. E’ così che i cambiamenti lessicali, una volta ad esclusiva ed indiscussa formalizzazione di istituzioni e di accademici referenziati, oggi vengono proposti e sciorinati da chiunque, da eserciti di ignoranti che si ergono ad esperti ostentando un pedigree autoreferenziato.
Tempo fa scrivevo che la nostra società non è avara di nuove tendenze e di abitudini alle quali i popoli si uniformano. Ecco che da qualche tempo, complici anche alcuni usi deviati della tecnologia, si è imposta una nuova tendenza grammaticale: l’utilizzo della k!
§
Tutto cominciò con la semplificazione delle operazioni di scrittura degli sms. Col ditino che pigia sulla microscopica tastiera del telefonino, era quasi scontato che la tribù degli adolescenti si uniformasse ad un utilizzo sempre più veloce e meno impegnativo in questa nuova tipologia di comunicazione, che induce la massa a dei veri e propri dialoghi fiume virtuali da tastiera a tastiera. E’ stato quindi un processo pressoché naturale quello che ha portato alla sostituzione iniziale della “ch” con la più veloce “k” e del “per” con la più semplice “x”. Ce n’era bisogno? Comunque sia, finché la variante grammaticale riguarda solamente gli sms, credo si possa comprendere ed accettare. Ma dopo la prima fase ecco che, forse per estensione mentale, la “k” prende il sopravento sulla “c” per sostituirla totalmente nell’alfabeto! Ma non si era parlato di velocizzare la scrittura? Una “k” al posto di una “c” cosa cambia? Una lettera al posto di un’altra lettera! E allora?
Mentre mi interrogo sull’utilità e opportunità di questa nuova abitudine, mi accorgo che non finisce qui! O meglio, la tendenza non riguarda solamente gli sms! Una parte degli italiani comincia ad utilizzare questa sostituzione anche in altri contesti dove non se ne capisce l’utilità.
Peraltro la “k” non è l’unica novità: la mentalità del giovane popolo è talmente indirizzata verso la tendenza alla semplificazione da sms da arrivare perfino ad interpretare in maniera scontata ogni segno a forma di “x” come la rappresentazione ovvia della parola o della sillaba “per”.
Celebre è l’episodio che riferisce di uno studente che deforma il cognome di Nino Bixio (noto personaggio della storia italiana legata alle vicende garibaldine) con “Biperio”. Simile e ancor più preoccupante è l’episodio in cui si riferisce di una aspirante magistrato che in una delle prove scritte di partecipazione al concorso per togati, scrisse la frase “veperata quaestio” interpretando la “x” di “vexata quaestio”! Intanto stiamo parlando di un cittadino che ha conseguito una laurea (peraltro in materie umanistiche – giuridiche); inoltre trattasi di un aspirante magistrato, quindi un personaggio che, per formazione e per mestiere, dovrebbe essere esso stesso l’icona della cultura!
Credo che non vi siano dubbi su come questi ed altri episodi rappresentino un triste aspetto del decadimento della cultura nel nostro Paese! Se avevate dei dubbi in merito, ora avete un motivo in più per ripensarci.
§
Tempo fa ho assistito ad una querelle fra alcuni sostenitori di questo cambiamento ed altri che, come me, non gradivano ciò. Intanto la prima cosa che mi stupì riguardava il fatto che fra i sostenitori non vi erano solamente adolescenti e giovani ma alcuni personaggi in età da pensione. Proprio uno fra questi ultimi, forte delle sue competenze universitarie in campo linguistico, giustificava il cambiamento col fatto che la lingua italiana si evolve continuamente e questa recente variazione ne è semplicemente un aspetto. Sottolineava come l’utilizzo della “k” fosse ormai divenuto di comune ed universale utilizzo e che nelle scuole italiane il corpo docente ne dovesse assumere consapevolezza, accettandone l’uso da parte degli studenti. Insomma, incalzava costui, la lingua italiana è cambiata, la consonante “c” è quasi del tutto scomparsa e noi tutti avremo dovuto farcene una ragione ed accettare il fatto.
In merito a questa affermazione, dalla quale dissento totalmente, desidero fare una riflessione:
E’ vero che quando un cambiamento diventa diffuso nella società e viene utilizzato da un popolo sempre più numeroso, è difficile stabilire uno spartiacque che individui il momento a partire dal quale tale cambiamento venga universalmente adottato. Nel nostro caso stiamo però parlando della lingua ufficiale di una nazione e, piaccia o no, è qualcosa di codificato! Vale a dire che esiste una riconosciuta ed indiscussa rappresentazione formale-istituzionale della stessa.
A puro titolo di esempio, riferiamoci all’ingresso di tanti nuovi termini (spesso di anglosassone derivazione) nella nostra lingua: dapprima vengono utilizzati da pochi, poi da tanti, poi cominciamo a ritrovarli nella lingua scritta (giornali, libri, ecc.), poi anche nei più apprezzati vocabolari della lingua italiana. Da questo momento, forse, potremo sdoganarli ufficialmente e considerarli come acquisiti? Probabile. Resta comunque intesa l’utilità del nuovo termine.
Ma nel caso della “k”, oltre ad una chiara inutilità del suo utilizzo (ad eccezione degli sms), non si capisce chi ne avrebbe decretato il cambiamento e per mano di chi sarebbe stata sdoganata. Infatti osservo quanto segue:
Non ho mai letto un solo giornale (quotidiano, magazine o periodico di vario genere) che utilizzi tale impiego grammaticale, né ho mai letto un solo libro (di qualunque genere) che faccia altrettanto. Non ho notato un solo giornalista italiano che scriva con la “k” al posto della “c” o del “ch”, né che utilizzi la “x” al posto del “per”. Non esiste nessun documento di alcun Ente pubblico che si sia adeguato a tale forma, meno che mai la Gazzetta Ufficiale ha mai pubblicato alcun provvedimento legislativo redatto con tale sconquasso grammaticale. Inutile ovviamente ricercare tale uso nei più apprezzati vocabolari della lingua italiana. L’uso è invece limitato ad una parte dei giovani, in particolare alla comunità dei social forum e dei social network, che stanno cercando in qualche modo di imporlo.
Ma allora, signori sostenitori della k, dov’è l’avvenuto cambiamento della lingua italiana? Da chi sarebbe stato decretato? Dagli studenti liceali e da qualche aspirante magistrato di accertata crassa ignoranza? Basterebbe questo?
Ma di che CAPPA stiamo parlando?


Chi vuole può liberamente inserire il bannerino qui sopra nel proprio blog e/o sito.
Il codice è:
<!– INIZIO TAG “No all’uso della K” –>
<a href=”http://giorgiosaba.blog.tiscali.it/2011/04/29/il-vilipendio-della-lingua-italiana/”><img src=”http://web.tiscali.it/giorgiosaba/Banner_anti_K.gif” alt=”No all’uso della K”></a>
<!– FINE TAG “No all’uso della K” –>

giovedì 17 marzo 2011

Evviva, ci sono i vegetariani!

Pubblicato in data 17 marzo 2011 nel blog: http://giorgiosaba.blog.tiscali.it/


Viviamo in una società che non è certo avara di novità (utili o meno), di nuove tendenze (comprensibili o no) e di abitudini varie alle quali i popoli si uniformano, spesso senza apparente motivo, quando non addirittura in perfetto contrasto con il buon senso (o perlomeno con ciò che i più riconoscono come tale). In alcuni casi si tratta di fuochi di paglia, novità destinate a scomparire dopo poco tempo, spesso ad appannaggio dei giovani alla ricerca di un qualche status nel quale riconoscersi, esigenza dell’età adolescenziale. In altri casi si tratta di tendenze che fanno scuola e vengono sposate da tanti, soprattutto adulti. Da alcuni con profonda coscienza delle proprie decisioni, da tanti senza un ragionevole motivo ma solo perché, appunto, fa tendenza!
Fra le tante nuove tendenze, una in particolare, suscita in me alcuni dubbi ed interrogativi: la conversione alla filosofia vegetariana.
Mi è stato spiegato che in realtà occorre distinguere fra differenti “correnti”, tutte a favore del consumo di frutta e verdura, ma con diversi atteggiamenti nei confronti dei cibi di origine animale. Senza commettere troppe omissioni possiamo semplificare distinguendo i vegetariani dai vegani. I primi escludono dalla loro dieta la carne ed il pesce, i secondi rinunciano anche alle uova, al latte ed ai suoi derivati.
Escluderò dalla mia riflessione coloro che fanno queste scelte esclusivamente per fini salutistici, in gran parte condivisibili, frutto dei saggi consigli degli studiosi, ma forse in qualche misura obiettabili quando si sconfina nei casi di vero integralismo alimentare.
Nulla da eccepire neppure nei confronti di coloro che, per puro amore e rispetto nei confronti degli animali, si professano vegani e adottano le rinunce di cui sopra. Nei confronti di coloro, va la mia massima stima. La loro ammirabile virtuosità non è facilmente emulabile.
Mi piacerebbe invece riflettere con voi le scelte di quei vegetariani che si convertono a tale ideologia per dichiarato rispetto nei confronti degli animali (almeno così dicono).
A scanso di equivoci, voglio ribadire il mio disappunto per qualunque forma di soppressione animale con fine differente da quello alimentare e, a prescindere da questo, se causato in maniera di sicura sofferenza per l’animale. Senza esitazione aborro le torture per testare cosmetici, la vivisezione, anche se praticata per motivi medici, lo scuoiamento di animali vivi per la produzione di pellicce e via continuando. Ancora oggi ricordo di aver assistito da piccolo all’uccisione di suini con metodi da film dell’orrore e di conigli con sistemi da paura. Tutto questo fortunatamente non accade più nei nostri macelli, anche se non si può affermare (almeno credo) che gli animali vengano soppressi a sofferenza zero.
§
Come dicevamo, i vegetariani evitano completamente la carne ed il pesce ma consumano tranquillamente latte e uova. Il tutto per avvalorare un malinteso senso di rispetto nei confronti degli animali. Si, lo ribadisco: malinteso!
Infatti il dubbio che mi assale è se costoro siano in assoluta buona fede, condizionati ed inebriati da una società che straparla e riesce a condizionare i più deboli, oppure se anche loro, come gli adolescenti di cui si parlava prima, siano vittime della voglia di apparire, alla ricerca di uno status nel quale riconoscersi. Oppure, ancora, siano semplicemente degli sprovveduti incapaci di valutare autonomamente il reale stato delle cose.
A tal proposito invito i lettori ad una valutazione: avete idea di quali siano le condizioni di vita alle quali devono sottostare le mucche da latte e le galline ovaiole?
Le mucche vengono costrette a trascorrere la loro vita produttiva in spazi ristrettissimi, quasi immobili, con una mangiatoia davanti al muso, due barre di ferro ai lati, indotte alla crescita sproporzionata delle mammelle agganciate alle mungitrici meccaniche. Queste povere bestie, una volta terminata la loro vita utile per la produzione del latte, vengono comunque soppresse, forse macellate come carne da brodo. Infatti nessun imprenditore ovviamente spenderebbe per tenerle in vita senza un tornaconto economico.
Nel caso delle galline ovaiole non vi è tanta differenza. Esse vengono tenute per tutta la vita in gabbie strettissime senza la possibilità di percorrere neppure un metro, vengono indotte alla produzione massima possibile e, alla fine della loro vita riproduttiva, vengono soppresse esattamente come avviene alle mucche, per gli stessi motivi.
Ora a me sorge spontanea una domanda:
E’ più dignitosa e causa minor dolore la soppressione dell’animale da giovane per destinarlo alle nostre mense, oppure costringerlo a vivere un’intera vita in condizioni di estrema sofferenza, senza peraltro evitargli la soppressione che viene comunque solamente posticipata a quando non sarà più in grado di produrre sufficiente latte o uova?
§
Non riesco a mandar giù gli atteggiamenti di coloro che si vantano tanto di evitare carne e pesce perché “non è corretto”, salvo poi abbuffarsi di formaggi, uova e latte affermando che “la mungitura è un fatto indolore” e che “le uova vengono deposte comunque, quindi perché non mangiarle?”.
Si, forse nella fattoria di Nonna Papera, o magari in alcuni (purtroppo sempre di meno) “allevatori per uso personale” che trattano gli animali come vorrebbero essere trattati loro. Ma queste sono solo delle rare eccezioni. I prodotti che acquistiamo provengono tutti da allevamenti intensivi.
Inoltre la mia indignazione cresce ancor di più quando mi accorgo che tantissimi fra i sedicenti vegetariani “pro animali”, acquistano portafogli, cinture o borse in pelle! Alla faccia della coerenza e del rispetto per gli animali!
A fronte di tutto ciò, mi assale un ultimo dubbio che voglio esporre con uno slang che “fa tendenza”: ma costoro ci sono o ci fanno?

mercoledì 26 gennaio 2011

Sicurezza cantieri (parte 1): l’atteggiamento dei lavoratori

Pubblicato in data 26 gennaio 2011 nel blog: http://giorgiosaba.blog.tiscali.it/



Da tanti anni mi occupo a tempo pieno dell’organizzazione e della direzione tecnica dei cantieri, gestendo l’intero iter costruttivo. Mi interesso inevitabilmente anche della gestione della sicurezza, organizzando le lavorazioni e vigilando sul loro svolgimento.
Ho elaborato una mia idea su perché si continui a morire nei luoghi di lavoro e ho maturato una personale convinzione in merito alle responsabilità, credo scevra da preconcetti e luoghi comuni. Sono sempre disponibile all’analisi critica ed al confronto.
§
Tutti parlano di sicurezza nei luoghi di lavoro, troppi si riempiono la bocca di facili giudizi; i legislatori producono una infinità di norme spesso complesse e non sempre applicabili nella realtà dei fatti. In caso di infortuni i magistrati applicano in maniera severa le leggi, i sindacati sbraitano dall’alto dei loro comodi pulpiti, i politici partecipano ai talk show e si uniformano alle convinzioni comuni, utili solo per il loro consenso. Tutti puntano il dito sempre contro gli stessi presunti responsabili. L’opinione pubblica viene indirizzata verso un’unica direzione.
Ma sarà tutto così giusto? Veramente si possono separare in maniera netta i buoni dai cattivi? Il sistema è corretto? E’ perfettibile? Oppure è totalmente inadeguato? In questo mondo di sedicenti sapienti è fin troppo facile diventare bersaglio di coloro che con l’utilizzo distorto dei media deformano le notizie, con prese di posizione alimentate dalla non conoscenza reale del fenomeno.
In questa sede non voglio affrontare l’argomento nella sua generalità, che per complessità e vastità non è riducibile a qualche paginetta di appunti. Magari questo potrebbe essere solamente un primo spunto di riflessione da condividere con coloro che possiedono l’onestà intellettuale per ragionare senza condizionamenti esterni e senza paure di andare contro corrente.
Approfitterò quindi di questa occasione per richiamare un fatto e proporre una semplice riflessione.
§
Qualche tempo fa, a seguito di un incidente in un luogo di lavoro, una televisione locale mandò in onda le interviste ai soliti presunti esperti, i quali, a poche ore dall’accaduto, ancor prima che la magistratura e la PG svolgessero le indagini di rito, avevano già la loro lista di colpevoli. In particolare mi colpì la frase pronunciata da un funzionario di uno degli enti che si occupano di infortuni sul lavoro, prontamente condivisa da tutti i presenti (politici, sindacati, funzionari), quasi avessero timore di stare fuori dal coro. La frase che suscitò il mio disappunto si poteva riassumere così:
«Quando accadono gli incidenti sul lavoro, la colpa non può mai ricondursi al lavoratore, neppure in concorso, ma è sempre riconducibile al datore di lavoro e ai suoi delegati».
Fin qui la mia disapprovazione fu solamente parziale, ritenendo che nessuno sia esente da responsabilità per “partito preso” ma che le stesse debbano essere vagliate e contestualizzate. La mia insofferenza divenne però indignazione quando fece seguito la motivazione che venne sostenuta a giustificazione di quanto affermato. Il funzionario quindi proseguì:
«Infatti non si capisce per quale motivo un lavoratore dovrebbe assumere atteggiamenti da incosciente, che mettano a rischio la propria incolumità. E’ assolutamente inverosimile che questo possa accadere. Il lavoratore non può che svolgere in maniera responsabile la propria mansione, perché nessuno metterebbe inutilmente in pericolo la propria vita; quando ciò accade esistono sempre delle coercizioni esterne».
Ebbene, questa affermazione, apparentemente di poco impatto e forse per tanti ragionevole e di buon senso, a me apparve subito come una provocazione, dettata dalla presunzione, dalla voglia di contestare e da una visione molto limitata dei fatti. O forse solamente dall’ingenuità e dalla buona fede. Comunque sia è sintomatico di un sistema che non funziona, se coloro che si occupano del problema siano così poco attenti a ciò che accade.
Ma veniamo a noi. Pur convinto dell’infondatezza di tale tesi, non mi dilungherò in contestazioni. Ma poiché sono convinto che sia il buon senso la prima regola da seguire, mi limiterò ad esprimere solamente un ragionevole dubbio. Ognuno di voi si dia la risposta che ritiene più opportuna:
Assistiamo quotidianamente a numerosi episodi ad opera di cittadini che vivono le nostre città come il far west. Si pensi, solo per citare dei casi noti a tutti, a cosa accade ad esempio sulle nostre strade. Mi riferisco a quegli individui che si mettono alla guida delle loro auto dopo aver bevuto un bicchiere di troppo o dopo aver fatto uso di droghe (coscienti dei rischi che corrono?). Penso ancora a coloro che pur essendo sobri guidano a velocità pazzesche, o comunque assumono atteggiamenti sconsiderati, disattendendo completamente il codice della strada. Questi personaggi dimostrano incoscienza e disprezzo per le regole e mettono in pericolo l’incolumità propria e quella degli altri; magari per presunzione, sottovalutando il rischio, o per prepotenza e stupidità. Ad ogni modo costoro assumono degli atteggiamenti folli, incuranti totalmente delle conseguenze che ne possono derivare. Gli eventi sono sotto gli occhi di tutti.
Ecco, coloro, quando si trovano sul luogo di lavoro, diventano all’improvviso dei cittadini seri, rispettosi e ligi ai loro doveri? Si comportano in maniera consapevole valutando con il buon senso e la ragione il pericolo? Seguiranno scrupolosamente le disposizioni impartite da coloro che hanno il compito di vigilare? Oppure continueranno ad assumere comportamenti a rischio perché ciò fa parte del loro atteggiamento abituale? Dimostreranno incoscienza solamente al di fuori dell’orario di lavoro, oppure è verosimile ritenere che il loro modo di fare non distingua fra lavoro e vita privata?
Io penso che la risposta sia scontata; così pure il commento alla frase pronunciata dal funzionario.
Ritengo basti questa riflessione per comprendere che uno stato civile e maturo, che intenda realmente affrontare i problemi piuttosto che fingere di farlo, non possa fossilizzarsi su convinzioni faziose e di comodo.
§
Agli inizi della mia professione, un collega più esperto di me, mi disse che, per assicurare il rispetto delle disposizioni di sicurezza impartite, nei cantieri non sarebbero sufficienti i tecnici ma occorrerebbe l’esercito in assetto di guerra. Affermò che il sistema legislativo persegue sempre coloro che sono deputati al controllo, senza eccezioni. Secondo lui sarebbe come sostenere, per assurdo, che per gli incidenti automobilistici che avvengono in autostrada venissero perseguiti gli agenti della Polstrada per non aver vigilato.
Quelle del collega erano solamente delle battute provocatorie che avevano il fine di sdrammatizzare una situazione pesante e mal digerita da chi fa il nostro mestiere. Oggi le sue lamentele mi appaiono più comprensibili. Infatti dopo tanti anni di lavoro ho riscontrato che la difficoltà maggiore nei cantieri non è quasi mai di natura esecutiva od organizzativa, né amministrativa o gestionale, ma è la vigilanza nell’ambito della sicurezza. Nonostante gli impegni delle aziende, sia con la doverosa formazione dei lavoratori, che con la vigilanza continua, poco si ottiene con coloro che adottano un modus operandi spaccone ed irriverente. Essi continuano ad assumere atteggiamenti a rischio, cercando sempre di eludere la sorveglianza e agire a modo loro, in barba alle disposizioni anche più rigide!
Di questo purtroppo non si tiene mai conto. Al contrario. La campagna mediatica relativa agli incidenti sul lavoro e la tendenza giurisprudenziale, viaggiano in una sola direzione: vengono perseguiti quasi esclusivamente coloro che sono deputati a vigilare senza mai tenere conto dell’impossibilità di ottenere dei risultati a fronte degli atteggiamenti sconsiderati di alcuni lavoratori.
Meditiamo…

venerdì 17 dicembre 2010

Aiuto, c’è un cane in cantiere!

Pubblicato in data 17 dicembre 2010 nel blog: http://giorgiosaba.blog.tiscali.it/




Questa è la storia di un’amicizia fra uomini e cani.
La voglio raccontare in maniera leggera ed allegra, ma con la speranza che non perda la sua preziosità e che restino intatti i sentimenti che hanno scaldato il cuore di tanti.
§
Alla fine del duemilasette, cominciai ad occuparmi della gestione di un cantiere per la costruzione di un importante edificio pubblico, in territorio di Olbia. In quel periodo facevo la spola settimanalmente fra Cagliari e il nord-est dell’isola, dedicandomi anima e corpo a quella commessa che aveva bisogno di una sostanziale iniezione di impegno quotidiano e di una assidua direzione tecnica. Solamente alcuni mesi dopo sarei riuscito ad effettuare un trasloco e a soggiornare per quasi tre anni nella cittadina gallurese, meta ambita dai turisti e crocevia di individui di ogni genere.
L’azienda incaricata della realizzazione dell’opera mi aveva “spedito” in quei luoghi per risollevare le sorti di un cantiere nato qualche tempo prima, arenatosi fra mille difficoltà affrontate in maniera discutibile, che stava provocando un salasso dei capitali aziendali e accumulando ritardi cronici. Mi aspettava quindi un bel da fare!
Figuriamoci, io che ero appena tornato nell’isola dopo una lunga permanenza di lavoro “oltre tirreno”, speravo di poter soggiornare quantomeno qualche tempo nella mia Cagliari, invece avevo dovuto affrontare l’ennesima nuova destinazione.
Va bene, mi dicevo, d’altronde è il mio lavoro e oltretutto anche spostarsi così spesso detiene i suoi aspetti positivi! Ma stavolta, non capivo ancora bene perché, lo facevo quasi controvoglia. Si, proprio controvoglia, questa nuova esperienza non mi piaceva affatto!
Non so se esista qualcosa che ci faccia intuire il bene ed il male che stanno per arrivare nella nostra vita, ma io quella volta non riuscivo a presagire nulla di buono. In effetti, quasi tre anni dopo, consegnata l’opera alla committenza e lasciata Olbia, l’unico ricordo piacevole che conservo dell’esperienza gallurese è quanto mi appresto a raccontarvi, insieme alle mie immersioni subacquee e le mie escursioni in gommone nel meraviglioso arcipelago di Tavolara. Ma questa è un’altra storia.
§
Arrivò in fretta il duemilaotto e ci ritrovammo in cantiere, dopo la breve pausa per le festività, per ricominciare di gran lena. Eravamo ancora in pochi perché la maggior parte del personale, proveniente da diversi Paesi europei e nord-africani, aveva prolungato il periodo di riposo di fine anno. Il nostro era un cantiere veramente multietnico! La rappresentanza italiana era costituita da un “plotone” di simpatici siciliani e da un’unica presenza olbiese.
Fu così che le prime avvisaglie di un imminente cambiamento furono proclamate in dialetto siciliano. Infatti, mentre all’interno del mio ufficio ero intento a rivisitare il cronoprogramma dei lavori, mi arrivò alle orecchie un suono confuso e concitato, reso ancor meno comprensibile da una parlata a me non familiare che, opportunamente tradotta suonava così: «Aiuto, c’è un cane in cantiere!».
Sorrisi e pensai: «sono grandi e grossi e hanno paura di un cane!».
In effetti sono alquanto numerosi i randagi che purtroppo girovagano sperduti ed impauriti nelle nostre strade, abbandonati da “padroni” col cervello di un ratto. Finiscono poi vittime delle auto, dell’indifferenza e delle angherie di tanti individui che coi ratti condividono non solo il cervello. La gallura in particolare vanta l’infame primato di una moltitudine di abbandoni estivi. Forse complici i turisti che pensano di tacere il richiamo della loro coscienza solo perché nell’abbandonare i fidati ex amici scelgono per loro una natura selvaggia ed accogliente? Un mare meraviglioso e panorami mozzafiato? Mah……
Torniamo a noi. Affacciatomi dalla finestra dell’ufficio non vidi nulla e tornai al mio da fare. Dopo qualche ora venne a trovarmi un fornitore che dopo avermi salutato esclamò: «Inggegnere, ma visto l’ha lei il cane grosso che c’è in cantiere?» Si, proprio così: con la doppia g (così sono ancor più ingegnere), la posposizione del verbo e qualche altro scivolone grammaticale.
Ma, parliamoci chiaramente, giustificai il non brillante eloquio col fatto che il nostro amico era eccitatissimo e mostrava una latente paura per il rappresentante della razza bastarda……
Al che io chiesi dove avesse visto il tanto temuto cane dalla grossa taglia e di che razza fosse. E lui: «è un cane “tipo pecora” che “si gira” guardiano in cantiere».
Beh, che volete, la paura non era ancora cessata quindi tentai di giustificare la sua parlata e cercai di saperne di più su questo cane “tipo pecora” e dissi: «forse non si gira in cantiere ma semmai si aggira, eppoi sarà guardingo, non guardiano». E lui: «no, no, si “gira proprio”, prima “girava in giro” e guardava»……
Va bene – dissi io – stia tranquillo, ora la accompagno al cancello e potrà andarsene senza problemi e senza incontrare la belva”; così facendo lo scortai fuori, compiacendomi con me stesso per essermi in tal modo liberato di costui.
Al che però la mia curiosità aveva ormai superato il livello di guardia e decisi di andare a vedere cosa in realtà stesse accadendo.
Era nel frattempo arrivata la pausa pranzo. Chi non avesse familiarità con la vita di cantiere non immagina che la pausa pranzo è rigorosa ed irrinunciabile per le maestranze; diventa invece un lusso, spesso quasi un vezzo, per i tecnici e che vario titolo “vivono” il cantiere. Per questi ultimi normalmente la pausa pranzo è utilizzata per lavorare in pace, essendo l’unico momento della giornata lavorativa in cui è altamente improbabile che qualcuno venga a chiederti lumi su qualcosa. Ma quel giorno, contravvenendo alla mia regola, decisi di aggirarmi per il cantiere alla ricerca di questa belva dalle vaghe somiglianze con la razza ovina e, a quanto pareva, dall’aspetto assai inquietante.
Non dovetti camminare tanto per individuare in lontananza, seminascosto dietro un cumulo di terra, un muso impaurito di un grosso pastore maremmano, che stava lì, a sbirciare tutto e tutti, con gli occhi languidi e l’aspetto triste. Più avanti venni a sapere che si trattava di un esemplare di circa un anno e dal riguardevole peso di 42 kg. Ma andiamo per ordine.












Ormai era certo: un cane aveva preso possesso del cantiere durante le ferie natalizie e tutto questo trambusto di persone che si muovevano, parlavano e facevano baccano, doveva sembrargli un sopruso nei suoi confronti. Dal suo punto di vista qualcuno stava invadendo i suoi spazi, conquistati alcuni giorni prima quando non c’era anima viva ed ora “occupati” da personaggi peraltro neppure tanto rispettosi della sua privacy. Si, credo che il nostro amico a quattro zampe abbia pensato qualcosa di simile. Infatti, appena mi vide all’orizzonte e capì che mi sarei avvicinato a lui, mi venne incontro abbaiando e mostrando gli aguzzi canini. Fu così che io dovetti indietreggiare e battere in ritirata.
Tornai al mio lavoro e per un po’ non pensai più alla vicenda, ritenendo che il nostro amico avrebbe finito per cambiare casa, infastidito dalla nostra presenza.
§
Nei giorni successivi furono sempre più numerosi gli episodi relativi a personaggi che, transitando in cantiere, venivano coinvolti con incontri ravvicinati del terzo tipo con la belva, la quale non voleva proprio andar via. Ricordo che alcuni, dovendo attraversare il piazzale da soli, si armavano di bastoni o utensili di vario genere per contrastare eventuali “attacchi” nei loro confronti. Io stesso cominciavo a nutrire un po’ di timore e non sapevo bene come gestire la situazione.












Ripenso ancora sorridendo alla volta in cui il cane andò ad “incastrarsi” dietro una staccionata: non riusciva a venirne fuori, ma si mostrava poco disponibile ad un aiuto esterno. La paura per la belva non ci consentì di avvicinarlo ed egli riuscì a liberarsi da solo, ma dopo almeno un’ora di vani tentativi. Ecco, la situazione era questa: era prudente stargli lontano.














Gli eventi precipitarono quando la simpatica belva allargò il confine della sua presunta proprietà e cominciò col mostrare denti e far vibrare le corde vocali anche nei confronti dei passanti che transitavano nella adiacente e trafficata strada. Ma la cosa più preoccupante era dovuta al fatto che cominciò ad interessarsi agli anziani in bicicletta ed alle signore che transitavano con i loro pargoli in carrozzina.
Non solo, poiché il dolce cagnetto zompava fuori dal cantiere avventandosi contro i passanti, questi ultimi ne deducevano che il cane fosse a guardia del cantiere e ne presumevano la proprietà aziendale, protestando e minacciando in ogni modo. Provate ad immaginare con chi se la prendevano costoro? Esatto!
Inoltre taluni mi raccomandavano di prestare attenzione perché, se il cane avesse causato danni a qualcuno, sarebbe stato difficile giustificare che non fosse nostro o, quantomeno, che non avessi reso nota la vicenda agli enti preposti; ergo sarei potuto rimanere coinvolto in eventuali responsabilità.
Era un bel problema. Decisi quindi di intervenire. Ma come?
In prima battuta cercai qualcuno che amasse i cani, che riuscisse ad avvicinarlo, che conquistasse la sua fiducia e che riuscisse a portarselo a casa! Ehhh….. una bella pretesa! Nulla da fare, la selezione andò deserta per mancanza di candidati. A quel punto, comunicata la difficoltà ai vertici aziendali, al fine di metterci al riparo da eventuali responsabilità, si optò per l’invio di una comunicazione alla polizia municipale per informarla del pericolo e porvi rimedio tramite il servizio veterinario. La scelta non fu presa a cuor leggero anche perché non sapevamo bene quale futuro sarebbe toccato al nostro “giamburrasca dal pelo lungo”.
Passarono i giorni e nel frattempo un fatto nuovo si era delineato: un simpatico carpentiere siciliano che lavorava in cantiere, molto cortese, amante degli animali, riuscì ad avvicinare il cane con la grazia e la determinazione di un esperto, conquistandone la fiducia. Questi, alla presenza del solerte lavoratore, mostrava essere un cagnetto docile e affettuoso, salvo poi riprendere il suo ruolo di belva feroce alla vista di tutti coloro che non erano ancora entrati nelle sue grazie.
A quel punto, apprezzata la capacità del nostro improvvisato addestratore di fiere, cominciai anche io ad avvicinarmi al cagnone e ad instaurare con lui una complice amicizia, contraccambiata dal cane che mostrava di gradire sempre di più la mia presenza. Fu così che il carpentiere mi disse: «Ingegnere, a dire la verità io è da un po’ che gli do da mangiare, però a lei non l’avevo detto perché avevo paura non volesse». Io ci rimasi un po’ male ma feci finta di non aver sentito. Intanto lui incalzò: «Ingegnere, se per lei non ci sono problemi, gli avrei anche dato un nome». «Un nome? Quale?» dissi io. E lui: «Birillo, come il cane di Rocky Balboa».
§
Fu a questo punto che la nostra storia mutò con un susseguirsi di simpatici e indimenticabili eventi. Ma andiamo avanti. Da quel momento in poi il mio rapporto con Birillo divenne sempre più stretto, rafforzato anche da nutrite scorpacciate di bocconcini, avanzi e pasti succulenti che il sottoscritto gli metteva quotidianamente a disposizione.
Nel frattempo trovai finalmente casa ad Olbia e abbandonai l’albergo dove soggiornavo per trasferirmi nel nuovo alloggio. Poté così raggiungermi la mia compagna Egle. Ella, a fine giornata lavorativa, quando dal cantiere tutti si dileguavano, mi raggiungeva portando al cane i suoi manicaretti di prelibati gusti canini.
In questa fase della storia fece capolino anche Sara. Una mia amica, sapiente architetto milanese, concentrato di doti e qualità, non ultima l’amore per gli animali. Informata della presenza di Birillo, organizzò uno dei suoi frequenti soggiorni in Sardegna per conoscerlo e, grazie ai suoi insegnamenti, capii che anche un cane dall’aspetto feroce e dai modi non proprio consoni ad un barboncino da salotto, possa diventare un agnellino docile e remissivo. Nei pochi giorni di permanenza ad Olbia, Sara mi insegnò ad interagire col cane, a portarlo al guinzaglio, a farlo salire in auto e non solo: gli fece prestare i primi controlli veterinari (ecco che venni a conoscere il peso e la sua età presunta) e lo portò alla toelettatura per un taglio del lungo pelo, in previsione della primavera ormai alle porte.











Birillo ed io diventammo ormai amici inseparabili. Egli non si allontanava da me neanche un istante, piazzandosi davanti all’uscio del mio ufficio, ubicato in prossimità dell’ingresso al cantiere, non consentendo a nessuno di avvicinarsi senza aver ottenuto prima il mio benestare.
§
Potrei citare tanti aneddoti simpatici legati alle vicissitudini del nostro cane, ma forse più che un breve racconto dovrei scrivere una collana con più volumi. Non mi esulerò però dal ricordarne alcuni che maggiormente mi hanno messo di buon umore e tutt’ora rammento volentieri.
Significativo è l’episodio di un nostro subappaltatore che nelle sue frequenti visite in cantiere era solito giocherellare col cane, il quale contraccambiava manifestandogli una gioia sincera. Nessuno pensava però che l’atteggiamento di Birillo fosse condizionato dalla presenza del sottoscritto. Un giorno il buon uomo mi raccontò di essere tornato sul luogo di lavoro quando non c’era più nessuno, in quanto aveva dimenticato degli attrezzi. Quando si apprestò ad aprire l’uscio il cane gli balzò addosso ringhiando; egli riuscì per un pelo a sfilare il braccio dalla fessura del cancello prima che dei possenti canini si chiudessero sulla sua mano.
Birillo era entrato nelle grazie di quattro bravissimi ed educatissimi carpentieri metallici di nazionalità rumena. Durante la loro pausa pranzo in trattoria, rinunciavano volentieri ad alcune pietanze per incartarle e portarle al cane. Rientravano in cantiere con i loro manicaretti e uno di loro chiamava il cane pronunciando sempre la stessa frase: «vieni qui Biritillo che abbiamo portato qualcosa per te». Si, proprio “Biritillo”! Ovviamente “Biritillo” faceva onore a tavola, mostrando di gradire il loro quotidiano omaggio.
Mi viene ancora da ridere quando ripenso ad un manovale egiziano che stravedeva per i cani ma manifestava forte timore per Birillo, forse per la sua vistosa mole. Un giorno lo chiamai, alla presenza del cane, con l’intento di tranquillizzarlo e gli feci notare che io mettevo la mia mano nella bocca di Birillo, il quale gradiva scodinzolando e guardandosi bene dallo stringere i denti. Fu così che da quel giorno l’egiziano si rincuorò e cominciò anch’esso ad accarezzare la bestiola.
Veramente gustosa è la vicenda di un individuo che veniva sovente a trovarmi per lavoro, supponente e critico nei confronti del cane. Un giorno, apostrofando il cane con tono di scherno, disse che la bestiola era incapace di comportarsi da cane da guardia, ma stazionava in cantiere con fine opportunistico, per soddisfare la propria gola. Premesso che nessuno gli aveva chiesto il parere e che comunque la cosa fu detta con sprezzo e cattiveria, per mostrargli il suo torto chiamai Birillo e con fare autorevole dissi: «Birillo, attacca!». In realtà neppure io credevo che il cane potesse capire e ubbidire, ma volevo ugualmente creare qualche attimo di ansia al nostro irrispettoso amico. Fu grande la meraviglia nel vedere il pastore maremmano avventarsi in maniera minacciosa contro costui. Riuscii a fermare il cane solamente facendo scudo col mio corpo e con non poca difficoltà, mente il personaggio in questione, paonazzo, si rifugiava velocemente dentro la vicina auto.
Il cane, durante la notte, impediva l’accesso all’interno del cantiere agli addetti alla vigilanza. Costoro lamentavano la presenza minacciosa di Birillo che li costringeva a limitare i controlli all’esterno dell’area, senza neppure poter scendere dall’auto. Preso atto delle loro comprensibili lamentele, ma impossibilitato a trovare soluzione alternativa, diedi disposizione affinché non venisse rinnovato il contratto con l’azienda di vigilanza pensando che, tutto sommato “era più economico acquistare delle belle bistecche al cane che pagare il loro onorario!”. In effetti durante il periodo di permanenza di Birillo in cantiere, nessuno osò tentare un furto.











§
Intanto il tempo passava ed io non riuscivo ad immaginare quale potesse essere il futuro di Birillo; il cantiere sarebbe terminato e occorreva trovargli una sistemazione definitiva. Io, purtroppo, non potevo portarlo con me, visti gli spazi ristretti della mia abitazione di allora e comunque non adatti ad un cane abituato a percorrere spazi immensi senza alcun vincolo. Inoltre, per motivi di lavoro, sono spesso portato a cambiare casa, quindi ciò rendeva ancora più incerto fare ipotesi future. Di sicuro non era pensabile lasciarlo in cantiere. Inoltre mi affezionavo sempre di più al nostro amico e lui a me, rendendo ogni giorno più difficile la nostra separazione. Questo pensiero mi angosciava e ormai occupava quasi in toto la mia mente.
Mentre io mi ponevo questi problemi ecco che accadde ancora una volta un fatto nuovo: ricordate la comunicazione inviata tempo prima ai vigili urbani? Io l’avevo ormai scordata ma il comune no! Senza preavviso si presentarono in cantiere due cortesi rappresentanti della polizia locale che, constatata la presenza di Birillo, contattarono il servizio accalappiacani per un intervento di cattura e trasporto dell’animale presso il canile! Quindi si accomiatarono riferendo di avere avuto conferma che il tutto sarebbe avvenuto entro qualche giorno. La situazione stava quindi precipitando verso il peggio! Che fare? Occorreva agire subito e trovare una soluzione alternativa. In ultimo pensai che se il doveroso provvedimento amministrativo fosse stato preso prima di trovare una soluzione, sicuramente mi sarei recato presso il canile per chiedere l’adozione dell’animale, salvo pensare poi come organizzarmi una volta terminato il cantiere. Era comunque assurdo che venisse consentito di portare via Birillo, costringendolo ad un forte quanto inutile stress per un allontanamento forzato che non poteva capire.
L’unica persona che poteva aiutarmi in quel momento era Sara, la mia amica che tanto aveva fatto per Birillo e che, se avesse potuto far ancora qualcosa, di sicuro non si sarebbe tirata indietro. Certo, così all’improvviso era abbastanza complicato anche per lei riuscire a trovare una sistemazione per il cane entro qualche giorno al massimo. Infatti, Sara ed io avevamo preso l’impegno di trovare una soluzione prendendoci comunque un po’ di tempo, anche in virtù del fatto che sarebbe stato opportuno riuscire ad educare meglio il cane, prima di una sua possibile adozione. Ora però occorreva agire subito! Se gli addetti al servizio di cattura dell’animale fossero venuti quando Birillo era ancora in cantiere, purtroppo non ci saremmo potuti opporre. Diverso sarebbe stato riuscire ad allontanare il cane prima del loro arrivo: avremmo sempre potuto dire che “la bestia feroce non si era più vista nei paraggi”……
Nello stesso periodo ci fu un altro avvenimento che scombussolò la tranquilla routine di Birillo.
§
Era una tiepida giornata ed io arrivai in cantiere in tarda mattinata, avendo dovuto recarmi negli uffici della stazione appaltante per rituali e frequenti adempimenti amministrativi.
Un capo squadra, vedendomi, mi si avvicinò velocemente e mi chiese se avessi notato che Birillo non mi era venuto incontro come era solito fare quando sentiva il rombo della mia auto.
Io subito pensai volesse darmi la cattiva notizia dell’avvenuta cattura del cane da parte degli incaricati del comune; quasi balbettando risposi: «no, perché che è successo? Dov’è ora?». Al che il mio interlocutore mi disse che il cane se ne stava accucciato sotto il furgoncino aziendale, come gli capitava quando non voleva essere disturbato; disse inoltre di aver notato che la bestiola aveva una piccola ferita su una coscia. La notizia della presenza di Birillo in cantiere mi fece superare la preoccupazione per la ferita e andai a controllare di persona. In effetti il cane era stranamente triste ed infastidito, al mio richiamo si avvicinò, ritengo per non deludermi piuttosto che per la voglia di farmi le feste. E’ così che notai la ferita. Era abbastanza evidente come si fosse procurato la lacerazione, che a ben osservarla non lasciava adito a sospetti: il nostro povero amico doveva essersi seduto su una tavola chiodata. Talvolta, infatti, contravvenendo alle sia pur rigide regole in materia di sicurezza, i carpentieri “scordano” di ripulire il piano di lavoro. Ecco che Birillo, non potendo certo indossare calzature di sicurezza come tutti noi, era incappato in un “infortunio sul lavoro”.
Nei giorni successivi la ferita era sempre più preoccupante, si presentava profonda, sanguinava ed infastidiva vistosamente l’animale, il quale ormai non permetteva più a nessuno di toccarlo su quelle parti del corpo. Io cercavo invano di medicarlo con dell’acqua ossigenata, magari con una “spruzzatina” a tradimento ma lui scappava impaurito. Un pomeriggio un operaio cercò di medicarlo tenendolo fermo ma per un pelo non ci rimise la mano, sulla quale Birillo si avventò con fare minaccioso.
A quel punto, preoccupato, decisi di portarlo dal veterinario. Purtroppo però la sofferenza che gli provocava la ferita al contatto con corpi estranei, portò il cane a rifiutarsi categoricamente di salire nella mia auto, costringendomi ad una lunghissima passeggiata al guinzaglio per raggiungere l’ambulatorio. Con noi venne anche Egle. Fu divertente portarlo in giro per la città. Birillo era felicissimo di questo inaspettato giretto pomeridiano perché non capiva quale sarebbe stata la meta. Negli stretti marciapiedi più di una volta dovemmo cedere il passo agli altri pedoni, spostando il cane di lato o, in un caso, mettendogli la museruola, per consentire ai tanto intimoriti passanti di poter transitare senza protestare. Comunque sia il nostro amico a quattro zampe fu molto docile, in nessun caso mostrò segni di nervosismo e, anzi, apparve divertito e rilassato, rincuorandoci per la nostra preoccupazione dovuta al suo stato di salute.
Dopo la lunga camminata arrivammo all’ambulatorio. Fu alto l’umore di Birillo nell’attendere il suo turno, mentre faceva amicizia con gli altri pazienti a quattro zampe. Altrettanto forte fu la sua delusione quando arrivò il suo momento e capì che non si trattava di bel gioco, ma qualcuno cercava di mettere le mani nella sua dolorante ferita!
Svegliatosi dal torpore del sedante che il veterinario si vide costretto a somministragli per ovviare al suo fare poco disponibile, Birillo si accorse di avere attorno alla testa un antipaticissimo collare elisabettiano che aveva il compito di impedirgli di leccarsi la ferita. Immagino conosciate il collare in questione; ecco, immaginatene ora uno di dimensioni extra, che poteva andar bene per un terranova di novanta kg! Il veterinario mi disse che si trattava dell’unico collare che non fosse troppo piccolo per Birillo fra quelli disponibili, loro non potevano avere una scorta con tutte le taglie! Ma vi rendete conto?
La disperazione del cane per la sua nuova situazione era immaginabile. Era spaventatissimo, continuava ad agitarsi e a rendere tutto difficile. Mi resi conto che in tali condizioni non potevo riportarlo in cantiere dal quale avrebbe potuto allontanarsi ed incappare in chissà quali pericoli. Quindi spiegai tutto ciò al giovane medico sperando mi potesse dare un consiglio su come agire, il quale mi rispose con tono stizzito: «Un cantiere? Ma siamo matti? Lei il cane lo deve portare a casa sua!». Allora cercai di spiegargli con poche parole la situazione complessiva e gli chiesi se sapeva indicarmi una pensione per cani dove potessi lasciare Birillo almeno per la prima notte; l’indomani mi sarei organizzato meglio. Lui incalzò: «Se lei non è in grado di tenere un cane non lo tenga, altrimenti non serve a nulla!». “A nulla cosa?”, pensai io, così facendo mi trattenni dal mandare a quel paese il nostro scorbutico sbarbatello dal camice verde e, dopo avergli saldato il salato conto, uscii per strada con Birillo al guinzaglio. Nel frattempo la sera stava calando e fra un po’ sarebbe stato buio. Per fortuna una gentilissima ragazza che stava lì ed aveva assistito alla sfuriata del dottorino mi informò del fatto che dall’altra parte della città vi era un centro attrezzato, che lei ben conosceva, in cui venivano ospitati gli animali; lei stessa chiamò e col mio accordo prenotò la degenza a Birillo.
Ciò che ne seguì fu veramente concitato: Egle mi aspettò col cane mentre io andai in cantiere a piedi per recuperare la mia auto, per poi tornare a riprendere i due. Non vi racconterò il tormento nel far salire Birillo in auto e ciò che combinò durante quel breve viaggio: credo di aver rischiato il ritiro della patente, il sequestro dell’auto e non so cos’altro. Ma non voglio tediarvi troppo con i dettagli di questa situazione, vi dirò solamente che il cane, una volta richiuso dentro il recinto della dignitosissima struttura, nel vederci allontanare senza di lui, si mise piangere.
La sera, tornati a casa, cominciammo a valutare come agire ed avvisammo Sara, la quale, ci comunicò di aver nel frattempo trovato chi poteva adottare il cane, consentendogli una nuova casa e tanto affetto. Quindi, in parte rincuorati, cominciammo a fare progetti futuri. La situazione era allettante per Birillo: il suo futuro nuovo padrone era un amico di Sara, amante dei cani, con una casa dotata di immenso giardino, nelle campagne di Pavia. Era l’ideale! Sembrava incredibile, ma avevamo trovato la giusta collocazione per Birillo. Restava solo un problema: il suo trasporto in Lombardia.
§
L’indomani avevo programmato di andare a trovare Birillo, per rincuorarlo e per verificare che stesse meglio. Mi sarei recato alla pensione canina durante la pausa pranzo, approfittandone per portargli delle gustose ossa di bovino, che lui apprezzava in maniera particolare.
Arrivato presso la struttura di accoglienza, mi venne incontro una delle ragazze che si occupavano della cura degli animali e mi informò, dispiaciuta, del fatto lei non era potuta entrare nel recinto per le eseguire le pulizie di rito, causa il fare minaccioso del cane. Anche il veterinario della struttura, che aveva il compito di medicargli la ferita, vi rinunciò per timore di essere aggredito. Per lo stesso motivo avevano dovuto passargli il cibo attraverso le grate, il tutto inutilmente in quanto Birillo non aveva mangiato.
Appena mi avvicinai al recinto, alla mia vista, Birillo cominciò a fare dei salti cercando di scavalcare il cancelletto d’ingresso. Entrai all’interno e fu tutta una festa. Capii anche perché il cane, sia pure affamatissimo, non toccava cibo: il collare extra large che gli circondava completamente la testa sporgeva in avanti oltre il muso. In tal modo, quando si avvicinava alla ciotola, il collare poggiava al suolo impedendogli di “arrivare” con la bocca al cibo. Pensate voi che tortura: essere affamati, avere del cibo a pochi centimetri dal muso e non riuscire a mangiare! Fu così che per alcuni giorni io mi recai due volte al dì presso la struttura e, con tanta pazienza, gli tenevo sollevata la ciotola con le mani, accostandola all’interno del collare; in tal modo Birillo ricominciò a nutrirsi. Dopo mangiato lo portavo a fare un giretto al guinzaglio, così l’addetta provvedeva alle pulizie senza timore. Al rientro nel recinto gli mettevo la museruola affinché potesse accedere il veterinario che gli medicava la ferita. Alla fine di queste operazioni, levata la museruola e richiuso il cancello alle mie spalle, il mio affezionato amico ricominciava a piangere come la prima volta.
§
Arrivò presto anche l’week end in cui Birillo ci avrebbe salutati per sempre: Sara arrivò ad Olbia di sabato con in tasca un biglietto di ritorno “per due” sulla nave per Genova. Se da un lato mi rallegrava il fatto che tutti ci stavamo adoperando per il suo bene, organizzando al meglio la sua vita futura, d’altra parte mi rattristava la consapevolezza che mi sarei separato per sempre da lui. Di più: avevo il timore che il cane, non potendo capire il nostro gran fare, vivesse il suo allontanamento da me come un abbandono; infatti Birillo ormai mi riconosceva come il suo unico padrone!
Nel fine settimana che precedette la sua partenza, Birillo fece gli ultimi controlli veterinari e venne finalmente liberato dal fastidioso collare. Sara, Egle ed io approfittammo delle sue buone condizioni per portarlo un po’ in giro per la città e perfino in spiaggia, ancora semideserta, che lui osservava stupito. La domenica sera lo portammo con noi perfino al ristorante e lui stette buonissimo, accovacciato accanto al tavolo, a dormicchiare mentre noi mangiavamo. Insomma, Birillo era diventato un cane perfettamente educato e socievole.
Il giorno della sua partenza lo accompagnammo al porto. Birillo sembrava divertito da questo ulteriore giretto. Giunti davanti al controllo antistante l’accesso alla motonave, dovemmo salutare per l’ultima volta il nostro amico. Gli bisbigliai alcune cose all’orecchio che il cane pareva quasi comprendere. Superata la barriera dei controlli, con l’antipatica museruola sul muso ed al guinzaglio, si girava ripetutamente a guardare noi due che restavamo lì; sembrava stupito per il fatto che non facessimo più parte dell’allegra compagnia. Questo è l’ultimo ricordo di Birillo che conservo.
§
Da allora mi arrivano spesso sue notizie e ogni tanto ricevo via mail foto recenti che mi rammentano questa bella storia. Nel soggiorno della nostra casa abbiamo appeso una sua foto del periodo olbiese, dalla quale sembra osservarci.











Nel frattempo i lavori in cantiere sono proseguiti e la costruzione dell’opera è stata conclusa. Vana è stata l’attesa che il tanto temuto accalappiacani arrivasse.
Ancora oggi mi viene da sorridere, non senza un velo di malinconia, quanto mi torna in mente il ritornello con il quale cominciò questa storia: Aiuto, c’è un cane in cantiere!